Blue Whale, finzione o realtà? Risponde Marino D’amore docente e criminologo.

Ringraziamo per questa intervista Marino D’amore:  docente A.C.F (accademia per la cultura e la formazione), criminologo, giornalista e scrittore. 

Al Professor D’amore abbiamo presentato alcune domande riguardo il blue whale, questo particolare fenomeno considerato come un “gioco” che per mesi è stato sotto le luci dei riflettori dei mass media ma che da qualche tempo sembra essersi dissolto nel nulla.

Ancora una volta la tecnologia è stata utilizzata per fare del male, in questo caso i social in forma diretta e poi i mass media amplificando il tutto sono stati il veicolo di trasmissione di un pericolo reale che invita la vittima ad esporsi a gesti autolesionistici fino ad arrivare in alcuni casi al Suicidio.

Come vi ricordo sempre conoscere il fenomeno è il primo passo per difenderci e difendere chi amiamo, promuovendo un utilizzo etico delle tecnologie che ci circondano.

Professor D’amore inizierei subito con il domandarle se il blue whale è finzione o realtà ?

Il Blue whale si presenta come una realtà edulcorata e al tempo stesso amplificata: si connota come un fenomeno strettamente social, esiste dal 2006 e nasce in Russia attraverso le comunità virtuali su VKontakte, l’equivalente di Facebook.

Per capire come nasce la vicenda occorre fare un passo indietro, precisamente al 2006: comunità virtuali e chat suicide compaiono sui social russi con l’impressionante ritmo di 4mila al giorno, in secondo luogo il numero di minori che decidono di togliersi la vita in questa zona è uno dei più alti al mondo. Con 720 vittime nel 2016, secondo i dati presentati alla Duma, la Russia triplica la media europea dei suicidi tra gli adolescenti. Ma i due fattori non sono necessariamente legati poiché l’incidenza percentuale maggiore di questi suicidi risiede nelle periferie delle città meno digitalizzate e poco avvezze all’utilizzo dei social network.


Come possiamo descrivere il fenomeno blue whale ?
Possiamo definirlo come un fenomeno molto mediatico che, a mio modesto avviso, alimenta la sua popolarità grazie al processo emulativo conferito dai media stessi, processo, questo, che ne mistifica la percezione sociale. Non nego che ci siano stati casi di induzione al suicidio ma sono sicuramente episodi che s’innestano in situazioni soggettive di disagio psichico o addirittura di patologia.


Quali sono le origini del blue whale ?
Il fenomeno, quello delle chat suicide, nasce in seguito al suicidio di una ragazza, Rina, diventata una sorta di figura simbolo di un culto non meglio identificato o spiegato esaurientemente. L’unico che risulta incriminato per via delle chat è uno dei primi amministratori: il 21enne Phillip Budeikin che avrebbe istigato al suicidio 15 teenager tra il dicembre 2013 e il maggio 2016. Tuttavia la veridicità della vicenda rimane ancora in dubbio, assumendo a volte le fattezze di una trovata di marketing per aumentare il traffico su una determinata pagina del web o su un sito


Quali sono le regole del blue whale ?
Le regole del Blue whale sono 50 e vanno dalla prostrazione morale sino al suicidio passando per l’autolesionismo fisico. Un regolamento impartito da un sedicente master, che decide della vita e della morte dei suoi adepti digitali.


In che modo si riconosce un adolescente che sta seguendo il blue whale?
Attraverso un controllo sempre più complesso e dedicato, non digitale perché cancellare una cronologia è ciò che di più facile e frequente esista, ma osservando i comportamenti di un’ipotetica vittima, eventuali modifiche comportamentali immotivate degli stessi, le sue dinamiche relazionali familiari e extrafamiliari e, cosa tanto semplice quanto fondamentale, attraverso il dialogo.


Come può un genitore accorgersi e fermare tale fenomeno?
Ripeto, attraverso un controllo mirato, dialogando con i propri figli e con la loro rete amicale, soprattutto non sottovalutando qualsiasi manifestazione, sia essa depressiva sia esteriorizzata, che desti preoccupazione. In questo senso la comunicazione, quella face to face, è molto utile.


Chi sono i carnefici “curatori” in gergo del fenomeno?
Credo dei webmaster in cerca di popolarità , pronti, pur di raggiungerla, a strumentalizzare anche il suicidio o la violenza autoinflitta, ignorando tutte le problematiche e le criticità che sottendono queste manifestazioni.


La stampa ha improvvisamente smesso di parlare di blue whale, come mai? Il fenomeno è finito?
Non credo, forse è più corretto dire che non è mai veramente cominciato: ossia il Blue Whale mi sembra la brandizzazione di quelle comunità virtuali suicide che esistono da tempo e che per diventare mediatiche necessitano di un nome che le renda spendibili giornalisticamente.

Professor D’amore come sa il mio impegno per Konsumer mi spinge ogni giorno ad aggiornarmi su questi temi ed alcuni giorni fa mi sono imbattuto in delle testimonianze di vittime di Bullismo; in particolare la vittima raccontava di una nuova metodologia di scherno soprannominata Pull a Pig, una specie di bullismo 2.0 oserei dire, potrebbe dirci qualcosa al riguardo ?

Certamente, Il Pull a Pig si pone nello stesso ambito. Questa volta la violenza arrecata è solo psicologica e morale. Attraverso questa pratica si illudono ragazze magari considerate non belle o sovrappeso, mettendo in atto un corteggiamento che può avere un epilogo sessuale.

Dopo averle fatte sentire al centro dell’attenzione se ne distrugge l’autostima inviando loro un messaggio in cui si rivela che quella relazione apparente non è nient’altro che uno scherzo attraverso la formula “You were pigged”. Anche in questo caso esistono diverse declinazioni del fenomeno come il il “Fat girls rodeo”. Le dinamiche sono sempre le stesse: scegliere ragazze in carne e cercare di trascorrere una notte con loro. In entrambi i “giochi” le ragazze vengono sempre paragonate ad animali e trattate come prede da distruggere psicologicamente attraverso una “violenza”, digitale prima e relazionale poi, cinica e completamente irrazionale.


Ringrazio ulteriormente il Professor D’amore e l’A.C.F (accademia per la cultura e la formazione) per l’importante contributo.


Vi lascio con una frase di Hermann Hesse:
“La sapienza si può comunicare, ma la saggezza no. Si può trovarla, viverla, si possono fare miracoli con essa, ma spiegarla e insegnarla non si può”.

Per approfondire il tema:
www.acfonline.it
www.marinodamore.com

 

Cristiano Taloni
Responsabile settore informatico-digitale
c.taloni@konsumer.it – linkedin.com/in/cristianotaloni