Le sorprese nell’uovo di Pasqua a volte è meglio evitarle!

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Quando il cioccolato Made in Italy non è realizzabile, entrano in gioco le illusioni da etichetta.

Tradizione irrinunciabile nel periodo pasquale è senza alcun dubbio, oltre ai vari prodotti regionali tipici e le classiche Colombe, quella di scartare con foga e trepidazione il tanto atteso uovo di cioccolato.

Sappiamo bene come essendo difficili da interrompere, le tradizioni impongono al consumatore tutta una serie di acquisti ben programmati e imprescindibili, e così come la Corallina o la Pastiera, anche l’uovo di cioccolato non mancherà mai dal carrello degli italiani.
Spesso queste preparazioni o prodotti tipici regionali si basano su materie prime e ingredienti di provenienza locale, ma sul cioccolato il discorso da affrontare è decisamente diverso.

Il cacao, o meglio, la fava di cacao è un ingrediente primario per l’industria dolciaria ed è pressoché scontato affermare che sul suolo italiano non possono esistere in alcun modo piantagioni di questo prezioso frutto. Richiedendo climi tropicali, con alte temperature e una forte umidità, la coltivazione delle fave di cacao si concentra essenzialmente in paesi africani e sud-americani.
L’Italia d’altro canto, viene sempre universalmente considerata come una di quelle nazioni con più bravura e maestria nel saper trasformare questa materia prima nel goloso prodotto finale (discorso simile per quanto riguarda anche, ad esempio, il caffè e il suo processo di torrefazione).

Il 70% dei semi di cacao raccolti periodicamente nel mondo provengono da quattro paesi dell’Africa occidentale: Costa d’Avorio, Ghana, Nigeria e Camerun; con le prime due nazioni a contendersi annualmente il primato sia di produzione che di esportazione.

Un paese “ricevente” o “trasformatore” come l’Italia può si affermare di saper produrre un ottimo cioccolato; ma certamente le industrie dolciarie, così come i piccoli laboratori artigianali, devono andarci molto caute con le diciture di origine, nonostante la legislazione in vigore consente di tralasciare molte informazioni utili al consumatore finale.

Il Regolamento dell’Unione Europea n’ 1169/2011, relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori, è un’ottimo strumento legislativo che però presenta ancora qualche falla. Ad esempio, l’articolo 30 del suddetto Regolamento consentirebbe agli operatori del settore alimentare (ergo, sia la grande industria che il maestro cioccolatiere) di omettere su base volontaria l’origine di un alimento, per richiamare l’attenzione dei consumatori sulle qualità del loro prodotto.

Visto che da un sondaggio dell’Innovation Center of US Diary risulta come quasi 20 milioni di statunitensi credano fortemente che il latte al cacao provenga da mucche di colorazione marrone, forse è il caso di far chiarezza sul cioccolato anche nel nostro giardino di casa.

Lasciando stare per un momento gli americani capaci persino di bannare un semplice ovetto Kinder perché ritenuto pericoloso per la salute (quando invece si può tranquillamente acquistare un fucile d’assalto automatico AK-47 dal chiosco sotto casa), noi italiani possiamo stare relativamente più tranquilli, a patto però di non peccare mai di attenzione.

La lampadina, a noi di Konsumer, si è accesa durante uno dei nostri classici controlli random di scaffale, e durante il periodo pasquale è molto facile trovare bancali ricolmi di uova di cioccolato praticamente in ogni supermercato.
Oramai sul mercato sono presenti prodotti che non si limitano esclusivamente ad una clientela infantile, ma tramite grafiche più accattivanti e gusti particolari, le industrie dolciarie hanno iniziato a far breccia anche in una fascia di consumatori adulti; ma non per questo, a volte, più attenti di un bambino.

La nostra lente d’ingrandimento si è concentrata sull’etichettatura delle uova di cioccolato di svariati grandi nomi dell’industria dolciaria italiana. Essenzialmente stiamo parlando di “misleading advertising”, ovvero quelle pratiche comunicative che possono attrarre e allo stesso tempo trarre in inganno il consumatore medio. Come dicevamo, le industrie non sono obbligate ad apporre in etichetta il paese d’origine dell’ingrediente principale (il cacao nel nostro caso), ma allo stesso tempo è scorretto ingannare il consumatore con richiami grafici e stilistici che ricordano il nostro paese.

La partita si sta giocando in combinazione non solo con l’origine del cacao, ma anche e soprattutto con l’altro elemento fortemente caratterizzante dell’uovo di cioccolata: la sorpresa.
Come anticipato precedentemente, abbiamo sorvolato sulle uova chiaramente pensate per un pubblico pre-adolescenziale, anche perché in quel caso l’etichetta riporta chiaramente un chiaro gioco di colori e di immagini di famosi personaggi dei cartoni animati, e molto probabilmente anche se il giocattolo all’interno non è di manifattura italiana (con alta probabilità di fattura asiatica) poco importa. Dunque la finalità di quell’etichetta è destinata soltanto a far breccia nel desiderio dei bambini, i quali non presteranno sicuramente attenzione sull’origine del cioccolato.

Per quella fascia più adulta invece il discorso è ben diverso. Cambiano i colori, cambiano gli ingredienti, cambia il packaging, ma soprattutto cambia la sorpresa. Abbiamo notato come in queste uova di cioccolato “premium” si punta molto sull’italianità del prodotto, usando per carità anche legittimamente prodotti con specifiche indicazioni geografiche, ma usando anche a sproposito molti simboli di “italianità”, dal tricolore ai campanili dei borghi, passando per una delle più famose autovetture italiane.

Un esempio calzante ce lo fornisce Novi, storica industria del cioccolato italiano, con due sue prodotti rappresentativi, “Il Nocciolato di Pasqua” e il “Fondentenero”. Come è chiaramente visibile, su entrambi i prodotti è presente in maniera stilizzata la bandiera italiana, sia in forma di nastro che di striscia alternata. Nel primo uovo si punta molto sulla provenienza italiana delle nocciole utilizzate, eppure non si specifica se si tratta di una varietà IGP, come ad esempio la Tonda Gentile del Piemonte.

Ma la questione principale deve risiedere nell’ingrediente primario (ergo, il cacao), che di conseguenza necessita di apposita dicitura nel retro-etichetta, almeno fino a quando si continueranno ad utilizzare chiari richiami all’Italia, o almeno fino a quando nel nostro paese non si produrranno fave di cacao (discorso da non escludere totalmente in un futuro forse prossimo, anche grazie al cambiamento climatico). Il discorso necessita di essere esteso anche, e soprattutto, alla sorpresa.

Bisogna sempre considerare e tutelare il consumatore medio non capace di prestare attenzione ai dettagli più piccoli, come improvvisi cambi di colore e grandezza nel font usato, spesso capaci di trarre in inganno e di far confondere l’italianità del prodotto con quella dell’artefatto al suo interno.


Dott. Riccardo Mazzoni
Responsabile settore agraria ed enologia Konsumer Italia